venerdì 19 giugno 2026

KABUKI

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“La danza dei fiocchi bianchi prosegue ininterrotta. Non è il valzer di Tchaikosky: i cristalli di neve qui non scendono al ritmo squillante e brioso delle russe campanelle. Un suono malinconico di strumenti a corda alternati a percussioni, un ritmo cupo pervade l'ambiente dell'izakaya, dove ci siano riuniti stasera. È una danza kabuki”...

Se l'impostazione grafica con la mappa strappata messa di lato della copertina di KABUKI - vi ricorda qualcosa è perché anche questo libro fa parte di “Geopoetica” di Prospero Editore, ovvero la medesima collana di narrativa di viaggio e reportage del mio HEMINGWAY ALLA FERMATA DEL BUS.

Nel caso il titolo e la bella immagine di copertina non fossero abbastanza espliciti, il sottotitolo fuga ogni dubbio riguardo al fatto che il paese protagonista di queste pagine sia quello del Sol Levante: “i volti nascosti del Giappone”, un paese che più di un luogo fisico che si realizza in un arcipelago composto da 6.852 isole è un'emozione, sfaccettata e declinata in poesie di vita che non finiscono mai di stupire.

Ida Duretto, l'autrice, sviluppa il suo testo in una maniera insolita e originale per un  libro di viaggio: lo suddivide in 12 capitoli, 12 “tappe” che corrispondono ai 12 mesi dell'anno, ingegnoso escamotage per riuscire a raccontare in meno di 200 pagine i luoghi e le situazioni che più l'hanno colpita durante i cinque anni in cui da professoressa associata di Letteratura Italiana è stata titolare di una cattedra all'Università di Kyoto.

“... in Giappone la realtà supera la fantasia in stranezza e meraviglia” e KABUKI con le sue pagine accompagna il lettore in un viaggio intrigante che non ha uno sviluppo lineare, dove i luoghi diventano la chiave per aprire la porta di concetti e usanze incomprensibili a noi occidentali. Un esempio?, a febbraio nei supermercati giapponesi i fagioli secchi vanno a ruba, ma non per finire in padella con cotiche e salsicce come usa alle nostre latitudini.

È il “mamemaki”, ossia l'usanza di purificare se stessi e la  propria casa dagli spiriti malvagi dell'anno vecchio e attrarre la buona sorte all'arrivo della primavera, con il capo famiglia che, mascherato da demone, mitraglia il parentado con manciate di fagioli urlando: "Oni wa soto! Fuku wa uchi!" (I demoni fuori! La fortuna dentro!) .

Nella narrazione le tappe – per lo più località poco note e lontane da quelle che sono le rotte usuali del turismo – sono lo spunto per affrontare una tematica che viene sviluppata attraverso le storie delle persone incontrate, in un gioco tra l'autrice e i suoi lettori che si muove tra realtà e fantasia, dove tutto è al contempo onirico e credibile.


Qualcuno – tra questi l'autrice - definisce il reportage narrativo come uno strano ibrido. Io, che da autore mi cimento a mia volta in questo genere, trovo invece sia la miglior forma di scrittura contemporanea per le moderne pagine di viaggio, che quando riesce – ed è il caso di KABUKI - ha il grande pregio di coinvolgere il lettore senza annoiarlo ma, soprattutto, evita all'autore di finire con tutte le scarpe nell'egocentrismo auto celebrativo che sempre più spesso infarcisce le pagine dei tanti (troppi?) travel-blogger-influecer-lifecoach chiamati da CE più o meno rinomate a mettere su carta le loro esperienze (con la recondita speranza che buona parte dei loro millemila followers si traducano in clienti/lettori).

KABUKI è un libro speciale che merita dei essere letto perché offre uno sguardo colto, profondo e originale che va oltre la geografia dei luoghi. Un libro che amplia l'orizzonte di quanti amano viaggiare sulle pagine di un libro.

“Si è fatto tardi. Ha smesso di nevicare. C'è un silenzio quasi innaturale. Il sole sta ormai tramontando: lo osserviamo mentre irraggia timido la sua luce dorata sulla valle di Hakuba. È uno spettacolo di cui siamo, forse, le uniche beneficiarie. Impossibile dire se ci siano altri spettatori: dalla nostra prospettiva straniata, non vediamo altro che V rovesciate. Le montagne ci abbracciano: siamo parte della stessa catena, scritte con lo stesso inchiostro nero”.

KABUKI
Prospero Editore / Geopoetica




Ringrazio nanoBanana by GeminiAI per aver saputo creare l'immagine che avevo in mente assai migliore della foto che avrei potuto fare :-)

lunedì 18 maggio 2026

Alberi

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Una mia fissa* di lettore e amante dei libri di carta nonché appassionato di cinema è la voyeuristica curiosità che mi porta ad aguzzare la vista per cercare di carpire il titolo dei libri che registi e sceneggiatori mettono tra le mani degli attori.

Libri che spesso compaiono per pochi istanti e non sempre è facile capire di che romanzo si tratti. Altre volte invece titolo e autore sono in bella evidenza.

Oppure, come in un recente film di grande successo che ha fatto molto parlare di sé, la copertina è in bella mostra ma è complicato capire di che libro si tratti…

Il film in questione è PERFECT DAYS di Wim Wenders, dove il regista e sceneggiatore tedesco racconta a suo modo a noi spettatori occidentali la filosofia di vita giapponese forse meglio di quanto un cineasta giapponese avrebbe saputo fare.
Il libro invece è uno dei tascabili che Hirayama, il protagonista, porta sempre con sé per leggere qualche pagina nei momenti di pausa dal lavoro. Uno di questi compare più spesso tra le sue mani ed è ben visibile ma, ahimè, comprensibile giusto da chi ha dimestichezza con gli ideogrammi nipponici.

La fissa libri/cinema non è cosa solo mia, tanto è vero che visto il grande interesse suscitato dal librino di Hirayama a pochi giorni dall'uscita della pubblicazione in inglese per i tipi di Penguin Book è da oggi in libreria anche l'edizione italiana di ALBERI, di Koda Aya, per la collana Oscar Cult di Mondadori.

dalla sinossi:
Gli alberi del Giappone non sono solo emblemi di bellezza e incantevoli elementi del paesaggio: sono esseri senzienti, specchi dell’esistenza umana, compagni di vita con cui bisogna trascorrere tutte e quattro le stagioni per poter dire di conoscerli.
In questi quindici saggi (...) l’autrice osserva foglie, radici e cortecce con la devozione del pellegrino, con un’attenzione quasi ossessiva per il dettaglio, come la luce che filtra tra i rami.
(...) ALBERI è un affascinante e raffinatissimo viaggio alla scoperta degli alberi più straordinari del Giappone (…) un’opera inaspettata e preziosa sulla pazienza, sulla cura e su quei minuscoli particolari che rendono ogni giorno perfetto.


* quanti di voi come me?



venerdì 25 aprile 2025

La ferocia dei vinti

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“... mi basta un colpo di pedivella per sentire il brontolio inconfondibile del suo motore e far riaccendere, è proprio il caso di dirlo, un amore. Un canto profumato di miscela che sa di viaggi in Grecia, mare, vento sulla faccia, nottate di cronaca nera, braccia strette intorno al petto e mille ricordi”.

LA FEROCIA DEI VINTI, pagine davvero godibili frutto della penna di Antonio Morrone, raccontano le vicende di un'indagine giornalistica che ha per protagonista Ettore Santi, cronista di nera ma soprattutto fiero proprietario di Bianca, una #Vespa PX 200 modello Arcobaleno del 1984.

Morrone, al suo debutto nel panorama del genere noir-vespistico nostrano, mi consente di andare a conficcare un altro spillo segnaposto nella mappa delle Regioni in cui sono ambientate pagine di narrativa giallo-vespistica: la #Puglia e la zona salentina.

La narrazione si alterna su due piani temporali che viaggiano in parallelo a distanza di trent'anni, l'estate del '93 quando si consumò il delitto che diventa il “cold case” su cui poi, nella torrida estate del 2023 si troverà a indagare Ettore Santi.

In questo #romanzo la #Vespa è a tutti gli effetti un personaggio con un suo ruolo ben delineato, piccolo ma non per questo marginale. L'attaccamento del protagonista alla sua Vespa si fa metafora dell'attaccamento alle cose che contano, alla sua terra, ai suoi affetti.

Nel romanzo c'è poi un'altra efficace chiave metaforica, la corsa. Ettore Santi è uno sportivo, corre. Si allena per partecipare a una maratona, una corsa dove tenacia e determinazione contano più della forza. Qualità indispensabili anche per risolvere un caso dimenticato seguendo un percorso non privo di ostacoli che ha un unico obbiettivo: tagliare il traguardo e dare finalmente un nome al colpevole.

Se, come usa dirsi, il buongiorno si vede dal mattino, be', sono convinto che questa avvincente indagine di Ettore Santi, con i suoi vagabondaggi in sella a Bianca attraverso l'aspra bellezza della Grecia salentina, sarà solo il primo episodio di una serie di romanzi che gli auguro lunga e mi auguro altrettanto appassionanti.

LA FEROCIA DEI VINTI
Andrea Morrone

sabato 16 novembre 2024

La Vespa rossa del cugino Luciano

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“Il fiore delle illusioni” è una bella storia d'amore, d'amicizia e parentela, ambientata nell'Italia di qualche decennio fa. Un passato tutto sommato ancora prossimo più che remoto, in cui si sono vissuti gli ultimi scampoli del cosiddetto boom economico.

È lo spaccato di un'Italia a due facce: al sud il vincolo di legami familiari dai quali è complicato sottrarsi anche per chi, emigrato al nord, “lassù” ha trovato sì lavoro e fortuna, ma al prezzo di una solitudine vera che può capire solo chi, come Francesco - protagonista e voce narrante di queste pagine – conosce bene il significato di sentirsi accettati senza mai sentirsi accolti per davvero.

Francesco sogna di dimostrare a suo padre che la scrittura può essere un mestiere vero, con cui guadagnarsi da vivere. All'opposto c'è il sogno di Luciano, il cugino con cui trascorre le sue estati meridionali che, legatissimo alla sua terra natia, insegue caparbio il sogno di arricchirsi con i frutti delle sue terre e il sudore della sua fronte. Per entrambi il contesto sociale è quello in cui la generazione dei padri ancora incombe su quella dei figli. 


E poi arriva Ella, la bella australiana dagli occhi verdi, il suo passaggio nella vita e nel cuore dei due cugini lascerà in entrambi una traccia profonda. Quella di Francesco, di Luciano e di Ella è la storia di tre ragazzi di una generazione che, ieri come oggi, rivendica caparbia il diritto di sognare e di cercare dentro se stessi quale sia il proprio posto nel mondo. A qualunque prezzo.

E poi in questo bel romanzo c'è anche una Vespa rossa...

“Mentre mi perdevo in quei pensieri, Luciano mi fece segno di saltare sulla Vespa. (…) Uscimmo dal paese con i giri 'a minimo a minimo' per consumare poco, dopo il camposanto era tutta discesa e Luciano spense il motore, da bambini per fare il buffone sfilava la chiave e la cacciava in tasca, dovevo stare attento ad assecondare le curve senza freno-motore. (…) Ed eccola quella sensazione che per tutti quei mesi avevo aspettato e per niente al mondo gli avrei confessato: scendere a motore spento su quella mulattiera tutta curve, tra le colline arate e i pascoli, i casolari e i ruderi divorati dalle ortiche, le pietre miliari a segnare la distanza da Matera, la città grande, in faccia il vento e l'odore di stalla, latte cagliato, terra bagnata e fieno dalla canottiera di Luciano. (…) C'era qualcosa di più grande che ci univa, più forte degli insulti con cui venivo chiamato a Milano, più forte di quelli con cui lui era chiamato lì. Era un'unione con la terra: io e lui uniti dalla terra che era l'unica cosa vera.”.

Una pennellata discreta nonostante il colore vivace della Vespa di Luciano, che più volte fa capolino tra le pagine. Una pennellata discreta ma efficace, perché negli anni '80 - così come già lo era stata negli anni '50, '60 e '70 restando tale fino all'arrivo degli anni 2000 - la Vespa è stata il mezzo di trasporto che ha accompagnato lungo la strada complicata che porta all'età adulta diverse generazioni di giovani che in lei hanno visto la rappresentazione del loro sogno di libertà e di indipendenza.

Feltrinelli

sabato 9 novembre 2024

Qualcuno ha perso un incipit per strada?

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Serve l'aiuto di tutti per la massima condivisione di questo post.

QUALCUNO HA PERSO UN INCIPIT PER STRADA?

Si dice che un bravo scrittore le storie non deve andarle a cercare perché sono le storie a farsi trovare da lui. Anch'io scrivo, e con impegno, ma per quanto smisurato può essere il mio ego temo non ci siano i presupposti, diciamo che sono un autore che se la cava.

Ciò non ha impedito che una storia - anzi, l'incipit di una storia - abbia scelto di farsi trovare proprio da me, nella forma di poche righe scritte in corsivo con calligrafia minuta e in apparenza infantile su un foglio strappato da un quaderno a quadretti.

“Fu una mancanza d'aria improvvisa a farmi imboccare il cancello da cui ero appena entrata, approfittando della distrazione di Davide.
Nessuno si era accorto di me che stavo uscendo, nessuno mi fermò quando, appena girato l'angolo della villetta, mi misi a correre a perdifiato solo per sfilarmi gli scomodi sandali dorati con il tacco, per abbandonarli e dimenticarli in un cestino dei rifiuti, insieme al braccialetto con il lucchetto. E con i piedi nudi sull'asfalto tiepido di quella sera di fine giugno ritrovai il gusto pieno della mia felicità, l'intonazione della mia voce che aveva voglia di cantare, e la sensazione di essermi liberata da una catena invisibile che mi stava strozzando facendomi male.
Sul treno che mi riportava a casa promisi a me stessa che non sarei stata più la marionetta di nessuno.
Quando presi il treno che mi riportava a casa l'emozione di sentirmi libera prese il sopravvento e questo mi riempì il cuore di gioia e   ”.

Un incipit trovato per strada è una circostanza troppo singolare per non prendere in considerazione l'idea di provare a scrivere il resto della storia e scoprire come va a finire, e non è detto che prima o poi ci provi davvero.

Prima però ritengo doveroso non lasciare nulla di intentato per cercare l'autrice (o l'autore) e restituire al legittimo proprietario questo embrione narrativo, sarebbe bello se qualcuno si facesse vivo e (grazie alla calligrafia) dimostrasse di esserne l'autore.

Massima riservatezza.


martedì 1 ottobre 2024

La casa dell'uva fragola

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Vi è mai capitato di veder spuntare tra le pagine di un romanzo un vostro lontano parente vissuto più di un secolo fa?, a me sì...

LA CASA DELL'UVA FRAGOLA di Pier Vittorio Buffa è un romanzo familiare, un viaggio nel tempo e nella memoria nel contesto di un periodo drammatico e difficile per tutti, dallo scoppio della Grande Guerra all'inizio della Seconda Guerra Mondiale. A far da cornice al racconto la piccola comunità di Castel Cabiaglio, minuscolo borgo nascosto dal verde dei boschi del varesotto, località a me cara in quanto, prima da bambino e poi da ragazzo, vi ho trascorso stagioni felici, ospite di mia nonna nella sua casa.

Nel romanzo le storie private dei protagonisti si intrecciano ai drammi collettivi di una nazione. La storia è quella della famiglia dell'autore, che nel suo scrivere è bravo nel fare un passo indietro, nell'esserci pur restando nascosto tra le righe, nel farsi cronista senza cadere nella tentazione di farsi protagonista, cosa di cui sono capaci solo i bravi scrittori.

Teatro della narrazione è “la casa dell'uva fragola”. Le sue mura originarie risalgono al XIV secolo, fu ampliata a fine Seicento e trasformata in signorile abitazione nel Settecento, quindi “ammodernata” nella seconda metà dell'Ottocento, quando la trisavola Ernesta, fatta rimuovere una beola del cortile, pianta il tralcio di vite che nei 165 anni che ci portano al giorno d'oggi è cresciuta rigogliosa fino a raggiungere la lobbia del secondo piano. Da luogo reale quale è la casa dell'uva fragola diventa il luogo simbolico dove le generazioni si incontrano e si raccontano, dove ogni piccolo evento diventa parte di un quadro più ampio. 

Regalo inaspettato di questa lettura trovare tra i personaggi minori un mio lontano parente, sfortunato pro-prozio che, giovanissimo, insieme a troppi coetanei sacrificò la vita per la patria. Ma la vera sorpresa è stato scoprire che il portone verde della casa dell'uva fragola resta giusto dirimpetto a quello della casa delle mie stati cabiagliesi dove abitava mia nonna Dina.
Ringrazio Pier Vittorio Buffa per altri due fantastici regali: aprirmi la porta di quella che oggi è la sua casa di campagna e farmi assaggiare la squisita marmellata di uva fragola, dalla storica ricetta di famiglia.

sabato 10 febbraio 2024

Il ragazzo e il professore (sogna ragazzo, sogna).

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Un uomo di ottant'anni e un ragazzo di poco più di venti, uno accanto all'altro sullo stesso palco.

Da una parte un maturo professore che però è anche un grande artista, musicista e poeta capace di fondere tra loro tutte queste cose interpretando come meglio non si potrebbe quello che dovrebbe essere il ruolo di un insegnante: insegnare la vita.

Dall'altra un giovane artista molto meno superficiale di quanto potrebbero far pensare le sue braccia tatuate con una fantasia di disegnini da carta regalo. La maggior parte dei suoi colleghi su quel palco fanno da attaccapanni per gli stilisti più improbabili (e infatti poi ci sono più commenti ai vestiti che alle canzoni).

Il ragazzo si chiama Andrea De Filippi, in arte Alfa, e il suo outfit invece è davvero minimal, pantaloni e tshirt nera, così che ciò che arrivi al pubblico siano le sue parole e la sua musica e non il suo vestito, è questo che gli sta a cuore, un cuore giallo.

Il prof. di cognome fa Vecchioni e il testo della sua canzone è una vera e propria lezione in crescendo su cosa sia la vita vista dalla parte di chi un bel po' di vita l'ha vissuta. La troverai tua strada ragazzo, la troverai nonostante le sconfitte, nelle piccole cose, quando magari non ci credi più, e nell'ultima strofa c'è il compito che il prof. da al suo giovane allievo:

“... ti ho lasciato un foglio sulla scrivania, manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu...”.

Ma la lezione del prof. Vecchioni non è ancora terminata e l'insegnamento finale non è più fatto di parole ma di gesti, tanto semplici quanto carichi di significato, il suo dito vibra come a dire “tocca a te ragazzo mio” e con l'altra mano va a cercare la sua spalla e gliela stringe convinto, “io credo in te! credi in te stesso! ce la farai!”, e poi fa quei due passi indietro che sono una lezione importante non solo per quel ragazzo ma per tutti quanti.

La scena, il palco, ora sono tutti del ragazzo che sogna, adesso tocca lui...

“Lo voglio scrivere, cancellare e riscrivere, strappare delle pagine e usare inchiostro invisibile, per poterlo nascondere e non lasciarne traccia, non so se sarà poesia o solo carta straccia, quando c'ho solo vent'anni e sai che cosa sento? Ho tutta la vita davanti eppure sto perdendo tempo, c'è chi corre perché scappa, c'è chi corre perché insegue, io corro perché solo quello mi fare stare bene, e sono su questo palco per giocare con la vita e se mi si spezza il fiato, se poi spezzo la matita, più basso è il punto di partenza più alta è la salita, ma spero che il panorama valga tutta 'sta fatica, non so cos'è l'amore ma a volte lo percepisco in un tramonto, uno sguardo, in un disco, se mi guardo intorno penso che son fortunato, non so chi ha creato il mondo ma so che era innamorato”.

Eccoli qua il ragazzo che sogna e il professore, regalatevi questi 4 minuti di magia.

domenica 8 ottobre 2023

La centenaria che girò ... in camper

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La centenaria che girò il mondo in camper

Sappiamo quanto sia sbagliato giudicare un libro da titolo e copertina. Si rischia sempre di prendere una cantonata, di ignorare libri meritevoli perché penalizzati da un titolo o da una grafica infelice, ma anche di sprecare tempo (e denaro!) in letture che poi deludono l'aspettativa ingenerata da una bella copertina e da un titolo furbo e fuorviante.

È quanto mi è successo con “La centenaria che girò il mondo in camper” di Fiona Lauriol. 

Ho un debole per la letteratura di viaggio e la narrativa camperistica è un sottogenere che sta prendendo piede. John Steinbeck con il suo “Viaggio con Charley” del 1962 ne fu pioniere: a quei tempi il camper come lo conosciamo oggi non esisteva, Steinbeck il suo se lo fece realizzare incastrando una roulotte sul cassone di un pickup!

Altro titolo di valore assoluto è il delizioso “Leisure Seeker” di Michael Zadoorian, “In viaggio contromano” nell'edizione italiana, oggetto di una pregevole trasposizione cinematografica “Ella & John”, regia di Paolo Virzì, protagonisti Helen Mirren e Donald Sutherland.

Il bestseller “Nomadland” di Jessica Bruder è il più recente tra i titoli di camperistica, un duro libro inchiesta che esplora il mondo dei vanlifers statunitensi che, diversamente dal sottoscritto - immagino il mio futuro prossimo venturo come un vagabondaggio camperizzato, ignorante e senza meta – la vita in una casa con le ruote non la scelgono ma resta l'unica opzione abitativa.


Torno al libro della Lauriol: chapeau all'editore italiano! Ci sono cascato con tutte le scarpe! La centenaria c'è e il camper pure, manca però il giro del mondo. L'autrice carica la nonna in camper per regalarle un degno fine vita in libertà che sarà più lungo del previsto. Un diario day by day tra Francia, Spagna, Portogallo e stop, di giorni tutti uguali. Per “fortuna” (del lettore) l'inaspettata e lunga sosta forzata imposta dal lockdown dona una scossa (piccola) alla narrazione. Non dico che non sia apprezzabile, giusto un filo prolisso rispetto agli eventi. A mio avviso non risponde alle aspettative indotte da copertina e titolo. Giudico più onesto l'originale “101 ans mèmè part en vadrouille” così come la copertina.

Come sempre i giudizi personali sono relativi, credo che il mio giudizio riguardo al libro, al netto delle mie osservazioni riguardo all'essere prolisso – cosa di cui più di una volta si rende conto anche l'autrice e per non smentirsi scrive pure quello! - è un giudizio severo dovuto in parte alla delusione di aver trovato un racconto diverso da quello che mi aspettavo di leggere. Che sia un testo interessante lo testimonia il fatto che in Francia è stato un bestseller poi tradotto in italiano e altre lingue. Cercando poi info online a riguardo ho anche scoperto che dal libro ne sarà tratto un film.







#libridiviaggio #narrativadiviaggio #johnsteinbeck #michaelzadoorian #jessicabruder #fionalauriol #lacentenariachegiroilmondoincamper #101ansmemepartenvadrouille

giovedì 30 marzo 2023

a proposito di diritto d'autore...

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È buffo. Da qualche giorno si fa un gran parlare dell'accordo saltato tra SIAE e META che ha portato a inibire, nel contesto di contenuti Social, l'utilizzo di gran parte dei brani del repertorio della musica italiana.

Qualcuno ha calcolato che le perdite, in termini di mancate royalties per gli artisti interessati, potrebbero arrivare al 20% dei loro introiti. È buffo, perché l'uso “Social” di questi brani molto spesso consiste nella riproduzione di stralci di una canzone, qualche decina di secondi nella maggior parte dei casi, brevi “stralci” che rappresentano però per gli artisti interessati ben il 20% dei compensi da diritto d'autore!

Io pure nel mio piccolo sono un autore, ma non di musica, di narrativa. Un editore ha pubblicato un mio testo e questo è diventato un libro che una volta uscito sul mercato mi ha dato tante soddisfazioni, tra queste il fatto di esser stato messo a catalogo in diverse biblioteche pubbliche.

Una cosa bellissima! Tanta gente può così leggere le mie pagine gratuitamente, così come tanta gente, sempre gratuitamente ascolta stralci più o meno lunghi che fanno da colonna sonora ai contenuti Social... e vengo al punto: non ho nulla in contrario al fatto che un cantante e l'autore di una canzone maturino fino al 20% dei loro introiti da diritti d'autore dalla riproduzione di brevi stralci delle loro opere, non posso però fare a meno di chiedermi come mai, a fronte di prestiti bibliotecari documentati, non sia previsto il benché minimo compenso per l'autore di un libro oltre le royalties relative all'acquisto di quella sola singola copia da parte della biblioteca.

Giusto e sacrosanto che chi scrolla contenuti Social non paghi nulla per la colonna sonora scelta dai creator e che per questo sonoro gli autori siano comunque retribuiti. Altrettanto giusto e sacrosanto che l'utente di una libreria pubblica non debba pagare nulla per leggere ciò che gli garba. Forse un po' meno equo che offrire la lettura gratis sia un onere a esclusivo carico dell'autore delle pagine in questione.

Se tra chi mi legge ci fossero dei professionisti della parola scritta chiedo loro: cosa ne pensate?

Sono io a essere troppo venale o convenite con me che c'è una stortura nel sistema e che forse sarebbe equo e opportuno sanarla?

giovedì 23 marzo 2023

Sorry, we're closed (for ever!)

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È sempre una brutta notizia sapere che una casa editrice alza bandiera bianca e abbassa per sempre la saracinesca. La notizia poi è davvero pessima se l'editore in questione è quello di un tuo libro.

Sono triste. Triste per le persone che ci lavoravano, delle quali ho conosciuto e toccato con mano la passione che mettevano nel fare quello che non è un lavoro come gli altri. Sono triste poi perché negli anni si era costituito un catalogo di tutto rispetto e fa male sapere che il futuro di tutti questi bei libri sarà l'oblio, o peggio ancora il macero.

Oltre che triste però sono pure incazzato, molto incazzato!, perché tra questi libri c'è anche “Dove il Mondo Finisce”, la mia creatura di carta e d'inchiostro  che con due edizioni e una ristampa (e un premio!) mi ha dato molto più di quanto mai avrei potuto immaginare e fatico a rassegnarmi all'idea del suo incolpevole declino, della sua scomparsa dai radar dei tanti librai che  vorrebbero proporlo ai lettori insieme al mio nuovo libro che ha rinnovato l'attenzione verso ciò che ho scritto.

Arrendersi non è un disonore, ammettere la sconfitta può anche essere un gesto nobile quando ci si rende conto di non avere le capacità per competere in un mondo dove “piccolo e indipendente” è un pesante fardello da portarsi dietro. Meno nobile e decisamente fastidioso se una volta presa la decisione hai l'egoismo di fottertene di cosa la tua libera scelta significa per quanti ti hanno affidato le loro “creature”.

Fare l'editore non è un business come un altro, non è nemmeno un lavoro o un mestiere che si impara, è una passione che richiede sacrificio attenzione e rispetto. Fare l'editore non è, non può e non deve essere un passatempo, per nessuno.

sabato 8 ottobre 2022

Roba da matti!

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"Roba da matti!", una considerazione che mi sono trovato a fare più volte nel leggere queste pagine che ricostruiscono gli oltre cent'anni d'attività del "Roncari", che fu lo storico manicomio di Bologna. La storia inizia nel 1867, anno della sua fondazione, e si chiude nel 1978 (così come chiusero tutti i manicomi d'Italia dopo l'entrata in vigore della legge 180, nota come Legge Basaglia, dal nome dello psichiatra che la promosse e la ispirò).

Un testo che a pieno titolo si può definire accademico ma che si legge come un romanzo perché la sua lettura appassiona proprio come un bel romanzo, pur mantenendo sempre ben presente il rigore dovuto a un trattato di ricerca.

Ogni capitolo è seguito da più pagine di note – decine e decine di note per ogni capitolo – con precisi e puntuali rimandi ai documenti originali e alle testimonianze, un importante lavoro di ricerca che fa da fondamenta a questo testo.

Una lettura preziosa per gli addetti ai lavori che vogliono conoscere le vicende storiche legate a questa struttura psichiatrica, ma non solo, perché la cosa davvero bella di questo libro è l'aver saputo scrivere, in parallelo al trattato scientifico, quelli che sono stati i volti e i risvolti umani nel corso della storia dei ricoveri psichiatrici: "cronache di poveri matti che raccontano di chi ammalò di testa, degenerati, infanticide, donne irregolari, militari impazziti al fronte, omosessuali, dissidenti politici - ma anche di psichiatri illuminati e meno, e di cittadini che, in quel piccolo mondo a parte, lavorarono e vissero a fianco dei malati".


Storie vere di persone reali che nella loro follia, a volte meravigliosa altre assai meno, si traducono in testimonianze che hanno il sapore e il colore di racconti che paiono usciti dalla penna di Pirandello o di Piero Chiara, una per tutte: la formidabile incestuosa love story tra il tenero Admeto e la sua spregiudicata sorella che, nonostante una lunga e imbarazzante confessione indirizzata "all'Egregio Signor Professore", non riesce a evitare al suo Admeto l'immediato internamento in via definitiva, senza nemmeno attendere lo scadere dei giorni di "legale osservazione" previsti.

giovedì 8 settembre 2022

Letture d'Agosto

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Né viaggi né villeggiatura in agosto, giusto 3 notti a Rimini da amici per poter dire di essere “andati al mare”. Quest'anno le vacanze sono andate via così. Poco male. Ho avuto tanto tempo vuoto durante il quale non ho scritto - l'ho fatto abbastanza i mesi prima - e mi sono dedicato alla lettura. Queste le mie letture d'agosto:

James Patterson – L'undicesima ora*
Incalzante è dire poco: 119 capitoli di 2/3 facciate massimo in 299 pagine la dicono lunga sulla maestria dell'autore. Tanti i personaggi ma lo smarrimento dura poco e ci si orienta subito nella trama. Anzi, nelle trame.

Paulo Coelho – Adulterio*
Il titolo già spoilera tutto quanto fin da subito. Nella ricca città di Ginevra una ricca donna annoiata eccetera eccetera. Definire banale la trama non rende l'idea della banalità. L'avesse scritto chiunque altro non sarebbe riuscito a farselo pubblicare nemmeno da Amazon self-publishing.

I ponti di Madison County – Robert James Waller*
C'è una bella storia e c'è un autore bravissimo nel raccontarla. Unico “neo” l'aver intravisto qualche scena del film, che mi ha tolto la gioia di dipingere a modo mio nella mia testa i volti di Maril Streep e Clint Eastwood.

Jules Verne – Il giro del mondo in 80 giorni*
Se dopo 150 anni è tutt'oggi ristampato non è solo perché ormai chi lo pubblica non deve più riconoscere royalties all'autore. Una storia che gira bene e appassiona. Un romanzo narrativamente perfetto.


Andrea Caristo – El viaje
Ero curioso di leggere come racconta l'Argentina chi l'ha viaggiata in modo diametralmente opposto al mio, e la varietà di punti di vista offerta della Collana Orizzonti di Alpine Studio si conferma il suo plus. Non amo particolarmente i viaggi “esperienziali” ma devo proprio dire bravo! al mio collega Andrea.

Michele Marziani – Il pescatore di tempo
Questa è stata una rilettura. Questo piccolo volumetto fa parte della “Piccola Filosofia di Viaggio”, deliziosa collana by Ediciclo. Marziani filosofeggia di pesca per portare il suo lettore a considerazioni più nobili dove la pesca si fa metafora perfetta di come una passione sia in realtà lo specchio di un certo modo di vivere.

Ne avete letto qualcuno?
Cosa avete letto di bello in agosto?

* questi 4 libri fanno parte della mia libreria di volumi buttati via dalla gente e da me recuperati in giro, nei giorni di raccolta della carta.

sabato 30 aprile 2022

ADRENALINA - my untold stories

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“... se il giocatore Ibra lo conoscono tutti, l'uomo Ibra no. Provo a raccontarlo ora, a metà cammino, tra  la mia storia di calciatore che sta sfumando e un futuro diverso che si avvicina, per il momento indefinito”.

L'autobiografia firmata da Zlatan Ibraimovich è un testo scritto in prima persona, ma la penna è quella del giornalista Luigi Garlando, per un libro che calca il filone “autobigrafico in conto terzi” inaugurato qualche anno fa dal notevole OPEN, firmato sì da Andrè Agassi ma scritto da quel maestro della scrittura nonché Premio Pulitzer per il giornalismo che risponde al nome di J.R. Moheringer.

“Ho fiducia in qualche persona, ma un vero migliore amico non ce l'ho”.

ADRENALINA, My Untold Story, è un libro che si lascia leggere volentieri e che piacerà a tutti gli amanti del calcio raccontato, così come Ibra piace a tutti gli sportivi indipendentemente dalla maglia che indossa o che ha indossato (e sono davvero tante) perché Zlatan ha sempre lasciato un buon ricordo in ogni squadra in cui ha militato.

“Comincia l'attesa. Nel mio mondo funziona così: non dimentichi e aspetti il momento buono per vendicarti”.


Non so se questa sia una cosa solo mia, ma non ho potuto impedirmi di leggere queste pagine con l'inflessione caricaturale da gitano slavo che però si esprime però in un buon italiano. La cosa probabilmente è voluta e Garlando ha fatto davvero un gran lavoro dal punto di vista di lessico e sintassi.

“Mi chiedono sempre cosa si prova dopo un gol. È impossibile rispondere, perché non c'é un gol uguale all'altro”.

La storia di un calciatore così popolare ne fa un libro perfetto per finire tra le mani a tutte quelle persone alle quali la grande passione per il calcio finisce per tenere alla larga tutto il resto, tipo la lettura, e questa è una cosa sicuramente positiva (sperando che al numero spropositato di copie vendute di questo bestseller corrisponda un numero paragonabile di lettori e non di soli collezionisti di cimeli).

sabato 23 aprile 2022

NELLA TERRA DEI GIGANTI

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Il grande Antonio Tabucchi, che di libri e di scrittura qualcosa ne sapeva, nel suo “Viaggi e altri viaggi” scrive: “Sono un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, cosa che mi è sempre parsa stolta. Sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poi scrivere un libro sull'amore”. Come dargli torto?

La cronaca del lungo viaggio a piedi di Daniele Vallet finisce su carta ben undici anni dopo la sua conclusione e la cosa credo ne testimoni come meglio non si potrebbe la genuina sincerità. Il suo non è stato un viaggio compiuto per poi essere raccontato, bensì è il racconto di un pezzo della sua vita vissuto in viaggio, un pezzo importante.

“... l'armonia del flusso della vita non dipende da ciò che accade nella stessa. Proverò a dimostrarvelo raccontandovi di questo viaggio”.

Il Nepal, Kathmandu, il Tibet e la regione himalayana sono lo scenario nel quale si sviluppa il suo vagabondaggio in solitaria ma non in solitudine, affrontato fuori stagione per limitare il più possibile la contaminazione di quel turismo di massa che oggi “sporca” luoghi del nostro pianeta che non si sa per quanto ancora resteranno isole felici nella semplice genuinità dell'accoglienza della popolazione locale.

Un'esperienza come questa lascia il segno nella vita di un uomo e il Daniele che oggi racconta quel suo cammino in queste pagine è conscio di essere un uomo molto diverso da quello che undici anni prima, benedetto da un sonoro “fanculo!” di suo nonno, stipò le sue cose in uno zaino per andare a vivere cinque incredibili mesi in compagnia solo di se stesso, in cammino lungo i trail che salgono le pendici della catena himalayana.

“In questo istante stai vivendo e morendo allo stesso tempo. Qualcosa in te muore in ogni istante. (...) In ogni istante continui a morire, e alla fine morirai davvero. (Osho)”.

La nostra esistenza si consuma un giorno dopo l'altro senza che quasi ce ne rendiamo conto e i bilanci si tende a farli alla fine, perché lo scorrere del tempo è una componente essenziale: ci vuole tempo per rivedere se stessi e ciò che si è fatto con il necessario distacco. Troppo spesso ci troviamo a vivere i nostri giorni nell'insoddisfazione. Anche quando non ci manca nulla si fatica a gioire per ciò che la vita, nonostante tutto, generosamente ci offre, senza renderci conto di quanto tempo buttiamo via in questo modo.


È solo staccando da quella che era la sua quotidianità che Daniele riesce a ritrovare l'esatta misura delle cose e di conseguenza la felicità, al punto di arrivare a riconoscerla anche quando gli si presenta sotto forma di un piatto caldo di spaghetti scotti conditi con il ketchup.

“... credo che il mio corpo abbia iniziato a produrre gli anticorpi emotivi, per vincere questa “mancanza di senso” che ogni tanto mi coglie nella vita, a tradimento”.

Il cibo si fa metafora, nutre il corpo ma anche l'anima, e la gratificazione dell'ennesima frittata con patate accompagnata dall'ennesima scodella di chai diventa la misura di come in fondo la felicità sia sempre lì, a portata di mano, ma si fatica a coglierla perché la nostra attenzione va a quanto ci sfugge senza vedere tutto il buono che già c'è.

“Mi devo fermare, devo respirare. Il pensiero di essere nel posto giusto al momento giusto, ma nella totale incapacità di cogliere tutta questa bellezza mi paralizza”.

Se nei primi capitoli traspare la baldanza di chi è giustamente gasato dall'eccezionalità di quanto ha fatto, con più avanza nel racconto di quel suo cammino più lo scrivere di Daniele si fa sentito. Dalle pagine scompaiono quei toni a volte sarcastici per aprirsi in un dialogo più intimo con il lettore, riflessioni ad alta voce che diventano lo spunto per meditare sulla consapevolezza individuale.

“Lo Zen, è semplicemente lo Zen. (…) Per dirlo in termini 'occidentali': è l'accettazione della vita così com'è, senza alcuna propensione verso ciò che non possiamo avere, ma anzi, accettando e manifestando gioia per ciò che si ha nella vita quotidiana”.




Una mia considerazione personale: sarà che per mia natura sono un narratore prolisso ma come lettore è l'ennesima volta che soffro davvero nel trovare le vicende e le emozioni di mesi e mesi di cammino espressi, in questo caso, in solo 170 pagine (anzi, 150, tolte quelle con le foto, quelle le massime Zen che chiudono i vari capitoli e quelle della divertente prefazione firmata da Patrizio Roversi).
Che le logiche di produzione industriale di un libro (meno pagine = meno carta = minor costo di stampa) abbiano il sopravvento rispetto ad altre considerazioni puramente narrative? Fosse davvero così sarebbe davvero triste.

giovedì 14 aprile 2022

VERDI COLLINE D'AFRICA

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Uno stralcio di vita autobiografico firmato da Ernest Hemingway che fa precedere il suo racconto da un'avvertenza: “A differenza di molti romanzi nessuno dei personaggi e degli avvenimenti contenuti in questo libro è immaginario. (…) L'autore ha cercato di scrivere un libro completamente vero per vedere se il profilo di una regione e l'esempio di un mese di vita descritti con fedeltà possano competere con un'opera di fantasia”.

Siamo nel 1933. Hemingway narra le vicende di un safari a cui prese parte assieme a sua moglie Pauline e altri amici. La grande parte del racconto è uno spaccato fin troppo sincero (e privo del minimo senso di colpa), di quanto sia efferato e crudele lo “sport” della caccia grossa. A ingentilire il racconto solo le notevoli descrizioni del paesaggio africano, nella sua varietà di ambienti. Pagine bellissime nelle quali si percepiscono netti i colori, gli odori e le atmosfere di quel magico paese.

La morte della bestia, colpevole solo della sua fiera bellezza, è riportata senza vergogna quale fonte di vera gioia. Al giorno d'oggi nessun autore, per quanto grande, credo avrebbe l'ardire di scrivere di caccia con la stessa cruda schiettezza, certo dell'inevitabile condanna morale.

“E come si divertiva M'Cola a vedere una iena colpita da vicino (…) ed era ancor più divertente vederla colpita da grande distanza (…) mentre correva e cominciava a girare pazzamente su se stessa mordendosi e dilaniandosi, finché si tirava fuori le budella, strappandosele...”.

Molto interessanti le pagine con cui Hemingway inframmezza le vicende venatorie riportando dialoghi e digressioni sul mestiere dello scrittore e su quella che era la scena della letteratura americana di quegli anni.

“Tutta la letteratura americana moderna viene fuori da un libro di Mark Twain: Huckleberry Finn...”

VERDI COLLINE D'AFRICA
Oscar Mondadori (n. 132 / 1981)

mercoledì 6 aprile 2022

È PRIMAVERA! È TEMPO DI PICNIC!

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Quando si pensa ad un picnic la mente corre subito a una bella tovaglia a quadri stesa in mezzo a un prato, ma consumare un pasto in libertà e all'aria aperta è un'opzione che può essere declinata anche in altro modo.

Un picnic oltre che bucolico può essere panoramico, ed è stata questa la mia proposta per un picnic da consumare mentre si gode della spettacolare vista offerta dal Sacro Monte, selezionato insieme a quelle di altri autori che hanno risposto ad una call rivolta a scrittori, giornalisti e blogger, chiamati a proporre un loro luogo del cuore quale location per un picnic.

Gli ingredienti per far innamorare il lettore di questo luogo amato da me e dai varesini ci sono tutti: la salita al borgo da fare con la funicolare oppure a piedi, salendo la Via Sacra delle Cappelle. Quindi la visita del Santuario, da raggiungere dopo una passeggiata per i vicoli più pittoreschi con affascinanti passaggi tra le case a cielo chiuso.

Ci sono le indicazioni per la vista al Museo Baroffio e alla Casa Museo Lodovico Pogliaghi. Il giro si chiude idealmente alla Terrazza del Mosè, luogo da me suggerito dove andare a sedersi sui gradoni e godere del magnifico panorama tra un boccone e l'altro.

Questo mio picnic sacromontino si inserisce nel contesto di un progetto editoriale corale che ha portato alla pubblicazione del volume GIRO D'ITALIA IN 70 PICNIC, per i tipi di Editrice Betti sotto l'egida dell'associazione I Libri di Mompracem, da un'idea della biblio-blogger Silvia Ceriegi che ne ha curato la redazione. I 70 picnic selezionati per questo libro spaziano in tutte le regioni del Bel Paese nella forma di un racconto itinerante, e sono ben due le proposte che riguardano il territorio varesino, oltre al Sacro Monte sono presentati anche i giardini di Villa Toepliz, in una proposta firmata da Debora Ferrari.



venerdì 1 aprile 2022

NO PUEDO CREER

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Non vi è mai capitato di pensare che certi libri siano loro a trovare voi e non il contrario?

A me è capitato più di una volta di trovarmi a leggere in modo fortuito o casuale pagine in cui mi sono trovato a mio agio come poche volte accade. È il caso di questa raccolta di racconti firmati da tal Renzo Ghiotto, autore a me del tutto sconosciuto così come l'Editore Muzzio che li ha pubblicati ormai 25 anni fa. Un libro che è una piccola preziosa rarità poco nota, un regalo inaspettato, non dovuto e assai gradito.

L'autore ha una bella voce nel raccontare gli anni trascorsi in Argentina nell'immediato dopo guerra e riesce a trasmettere l'atmosfera rarefatta e un po' surreale di quel paese lontano e delle sue genti. Storie di vita quotidiana che finiscono sempre per colorarsi con le sfumature di vicende più grandi di quanto possono apparire.

Lo sguardo dell'autore è quello di chi, avendo vissuto per anni in quella terra, vorrebbe sentirsi nei panni di un indigeno di quei luoghi, ma si accorge che la cosa di fatto è impossibile, perché anche chi ci è nato e ci vive da sempre sarà accompagnato a vita dalla fastidiosa sensazione di essere un po' come uno straniero in patria.



Un libro che ho apprezzato perché oltre a parlare dell'Argentina, un paese che ho conosciuto e che mi è rimasto nel cuore, narra situazioni e circostanze a volte minori che ho vissuto anch'io e che anch'io riporto nel mio “Dove il Mondo Finisce” ed è bello sapere di aver colto le stesse suggestioni colte da chi a scrivere è molto più bravo di me.

#books #bookstagram #libridaleggere #libri #librichepassione #booklover #bookaddict #leggere


mercoledì 9 febbraio 2022

DUE BAMBINE IN KARAKORUM

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“Saliamo (…) le bambine, ancora, salgono per prime, con le loro gambette. Due figurine rosse che si stagliano lontano salendo sempre più contro il bianco delle nevi.”


Ennola e Marta sono due sorelline fortunate. Sono le due bambine a cui fa riferimento il titolo di questo libro. Ai viaggiatori da biblioteca come me ci vuole poco per lasciarsi trasportare lontano, basta il toponimo di qualche remota landa del pianeta nel titolo e quel libro diventa un richiamo irresistibile. Mi è capitato con Chatwin e Sepulveda e i loro libri sulla Patagonia, prima di leggerli sapevo solo che stava da qualche parte in America del Sud ma bastò quella parola magica per evocare in me l'idea del viaggio e dell'avventura e tuffarmi nelle loro pagine. Mai avrei immaginato che un giorno in Patagonia ci sarei andato per davvero, ma questa è un'altra storia (che ho raccontato QUI).

La storia di cui vi voglio parlare è invece quella firmata per la Collana Orizzonti di Alpine Studio da Renata Farina, la mamma di Marta e di Ennola (Elena per l'anagrafe). Anche in questo caso il solo leggere l'affascinante parola Karakorum nel titolo del libro “... ha suscitato in me l'antico brivido”- per dirla con le parole di Steinbeck, e subito è scattato l'acquisto.

Anche del Karakorum sapevo solo che stava da qualche parte nel continente asiatico e una veloce googolata me lo ha confermato: è una catena montuosa himalayana che si snoda tra il Pakistan, l'India e la Cina. Escluse le calotte polari è la più vasta zona del pianeta ricoperta da ghiacciai. Non esattamente il luogo dove una famiglia “normale”, con figli di cinque e sette anni, andrebbe in ferie. Ma quella formata da mamma Renata, papà Luca e le piccole Marta ed Ennola non è una famiglia normale, è una famiglia straordinaria come straordinaria è la meta di quelle loro avventurose “vacanze”, oggi narrate in questo libro.

“Viaggiamo su un vecchio pickup con una cabina a quattro posti e un cassone aperto dove abbiamo caricato i nostri voluminosi bagagli, tende, cucina e scorte, zaini e attrezzatura da montagna. Ma entro breve il sedile morbido dietro di noi viene abbandonato dalle bambine, che scelgono di viaggiare all'aperto, tenendosi aggrappate alle barre del cassone. Ennola sdentata con la sua faccia svampita e felice e Marta col suo più consapevole sorriso. Viaggeranno così per due mesi, godendosi gli scossoni, il paesaggio, ma soprattutto la libertà di chiacchierare senza sosta tra loro, nei fantastici mondi dei loro giochi e della loro immaginazione.”

È un diario di viaggio inconsueto, non ci sono i toni epici che potresti attenderti da qualcuno che intraprende simili avventure, ci sono invece le parole di una mamma, affettuosa a modo suo, che non scrive per stupire il lettore ma per tenere un ricordo di quei giorni speciali vissuti dalla sua famiglia, tanto che mi sono fatto l'idea che le parole stampate nel libro non siano molto diverse da quelle scritte a suo tempo sul suo quaderno, in presa diretta, durante il cammino.

L'avventura in Karakorum di Renata Farina e della sua famiglia si è sviluppata in due differenti lunghi viaggi, compiuti d'estate a distanza di un anno. Tra un viaggio e l'altro si percepisce un cambio di passo nella narrazione: la cronaca del primo viaggio non indugia in troppi dettagli di luoghi ed incontri e affascina per la semplicità di un racconto fatto più di sensazioni e di emozioni. La cronaca del secondo viaggio invece rapisce il lettore per la ricchezza delle descrizioni che regalano l'emozione di sentirsi trasportarti in quella parte di mondo.


Sono trascorsi vent'anni, Elena e Marta oggi sono due donne. Nelle pagine conclusive prendono a loro volta in mano la penna per testimoniare quanta importanza abbia avuto per loro crescere in viaggio nella consapevolezza del mondo.

“Nel nostro mondo ogni individuo è orgoglioso di costruire il proprio presente e il proprio futuro ed è ritenuto responsabile di ogni successo e fallimento, ma qui, dove la parola finale sulla vita e sulla morte è distribuita così abbondantemente dal caso – un sasso, la frana, il torrente gonfio di pioggia – che cosa vale il singolo agire e dibattersi?”