venerdì 7 settembre 2018

L'appuntamento.

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L'appuntamento

Alla Libreria del Corso il pomeriggio era stato tranquillo come tranquilla era trascorsa la mattinata, pochi affari e tante chiacchiere. La metà di novembre era sempre un po' così e Carlo Lorenzini, dopo tanti anni trascorsi dietro a quelle sue vetrine che affacciavano sul Corso, aveva imparato a non preoccuparsene. Con un misto di trepidazione e angoscia attendeva i giorni del delirio che di a poco si sarebbero scatenati sotto Natale. Nel frattempo cercava di godersi la bonaccia di queste giornate autunnali. In negozio entrava poca gente, quasi tutti clienti abituali, divoratori di pagine che acquistavano anche un paio di libri al mese e che almeno due o tre volte la settimana venivano a farsi un giro tra gli scaffali e chiacchieravano, chiacchieravano. Beatrice, la sua commessa, era una collaboratrice preziosa soprattutto in queste giornate. Sempre gentile e disponibile metteva tutta la sua competenza a disposizione dei clienti che ne erano affascinati. Anche Carlo ne era stato sedotto: Beatrice con la sua vitalità e il suo entusiasmo giovanile aveva portato in negozio un'aria nuova, e per Carlo era stato un po' come tirare indietro le lancette dell'orologio di parecchi anni. Beatrice era nel pieno di quella meravigliosa stagione di passaggio in cui ragazza e donna si fondono in una nuova irresistibile creatura. Una bellezza come la sua, da ragazza della porta accanto, avrebbe potuto ispirare le pagine più intriganti dei romanzi allineati sullo scaffale della letteratura rosa. Slanciata, alta quanto basta per farsi notare ma non tanto da mettere in soggezione, con i tratti del volto delicati che la facevano sembrare un poco più giovane della sua età. Un filo di trucco era più che sufficiente ad esaltarne gli occhi chiari, color del miele, della medesima tonalità del biondo dei suoi capelli e Carlo aveva sempre avuto un debole per le bionde. Colta e preparata Beatrice amava i libri e la lettura, a dimostrarlo una laurea in lettere conseguita con un anno di anticipo. Da studentessa era stata un'assidua frequentatrice della libreria e come aveva finito gli studi Carlo si era subito fatto avanti proponendole di dargli una mano in negozio: "dai... qualche ora al pomeriggio intanto che trovi qualcosa di meglio...". Un qualcosa di meglio che ancora tardava ad arrivare. Così a qualche ora al pomeriggio si erano poi aggiunte altre ore la mattina, e quando Carlo si era detto disponibile a regolarizzare la sua assunzione era stato davvero felice dell'entusiasmo con cui Beatrice aveva accettato la proposta. Si era accorto di provare qualcosa per quella ragazza che avrebbe potuto essere sua figlia.
Carlo diede uno sguardo all'orologio: non mancava molto all'orario di chiusura. Era un po' nervoso, un'agitazione che in fondo non gli dispiaceva. Aveva organizzato tutto quanto con scrupolo, sarebbe stata una serata romantica, come quelle di una volta, quelle dei suoi tempi. Alla sua età non avrebbe mai pensato di poter provare ancora la tensione di un giovanotto al primo appuntamento. Era da giorni che macchinava ed aveva architettato tutto in modo da non far insospettire sua moglie. Un ultimo sguardo all'orologio e dopo aver preso un bel respiro si rivolse a Beatrice:
«Bea, stasera ho bisogno che sia tu a chiudere, ho un impegno e devo scappar via un po' prima: è un problema?»
«No, no... nessun problema...». Beatrice si girò veloce verso lo scaffale ad allineare i primi libri che le capitarono a tiro, sentiva i suoi denti pizzicarle il labbro inferiore e sapendo di non esser brava a trattenere le smorfie non voleva che la mimica del volto la tradisse. "Maledizione!" pensò, "perché proprio stasera?". Per tutto il pomeriggio aveva atteso il momento giusto per chiedere al suo capo di poter uscire un po' prima e adesso era rimasta fregata, ma cos'altro avrebbe potuto rispondergli?
«Allora ciao Bea, io scappo! Buona serata
«Grazie... buona serata anche a lei», la risposta di Beatrice si confuse al rumore della porta che si chiudeva alle spalle di Carlo. "Calmati Bea, puoi farcela! Basta che fai tutto con calma e senza perdere tempo e puoi farcela!". Proprio quella sera Beatrice aveva un appuntamento: dopo il lavoro doveva incontrare una persona, un ragazzo che in verità ancora non conosceva. O meglio, lo conosceva nel senso che si messaggiavano da tempo ma senza essersi mai visti, nemmeno in foto. Come fosse finita a confidarsi via web con uno sconosciuto non le era ben chiaro, anzi, forse lo sapeva ma non era ancora pronta ad ammetterlo a se stessa. Con Sergio, il suo ragazzo, negli ultimi tempi era un po' come se le cose si trascinassero, stavano insieme da più di un anno me le sembrava che il loro rapporto andasse avanti per inerzia. Beatrice non provava più la stessa magia che in quella romantica notte di San Lorenzo le aveva fatto perdere la testa per Sergio. Quell'agosto non era andata in vacanza, era rimasta in città: a giugno aveva passato due meravigliose settimane a New York, il regalo di laurea dei suoi genitori. Non se l'era sentita quindi di chieder loro altri soldi per raggiungere gli amici in riviera e di andare con i suoi nella casa dei nonni sul lago non ne aveva voglia. Così la sera di quel fatidico 10 di agosto, da sola in città e senza amici, era andata al parco pubblico, incuriosita da un incontro per osservare le stelle cadenti organizzato dal gruppo astronomico cittadino. Il ritrovo era in una piccola radura riparata da alberi secolari dove, per quanto vicine, le luci della città non arrivavano, un luogo ideale per l'osservazione. C'era più gente di quanta Beatrice se ne aspettasse. Forse per la soggezione dovuta all'oscurità, senza che in realtà ce ne fosse alcun motivo tutti quanti parlavano tra loro sottovoce e complici la penombra e quel brusio l'atmosfera era davvero suggestiva. Era una bellissima serata estiva, con gli alberi a mitigare la canicola di quei giorni. Alle sue spalle un oooh! uscito di bocca ad un paio di persone aveva segnalato il primo avvistamento. A portarla nel parco più che le credenze legate a quella fatidica notte era stata la curiosità di imparare qualcosa, ma in quel periodo sentiva anche di essere single da troppo tempo per non avere desideri da esprimere. Beatrice scrutava il cielo girando lo sguardo tutto attorno, ma senza fortuna. Ad un certo punto sentì alle sue spalle una voce che le sussurrava dove guardare: "...devi individuare il punto radiale che sta tra le costellazioni di Cassiopea e di Perseo: è da che provengono le stelle cadenti...". La sua attenzione venne rapita da quella voce calda e profonda. "...le Perseidi in realtà non sono stelle ma meteoriti, frammenti di roccia che cadono sulla Terra attratti dalla forza di gravità alla velocità di 59 chilometri al secondo, pari a 210 mila chilometri all'ora...". La dotta spiegazione non fu sufficiente ad impedire il naufragio delle sue migliori intenzioni per un approccio didattico alla serata. Quando una poderosa scia luminosa solcò il cielo Beatrice con l'entusiasmo di una bimba felice si era girata verso quella voce affascinante per condividere il suo stupore e si era trovata tra le braccia di colui che ancora non sapeva si chiamasse Sergio. Fu l'inizio del suo personalissimo sogno di una notte di mezza estate: Beatrice si lasciò guidare dai sentimenti e la prima luce dell'alba li sorprese come in un film, mano nella mano a passeggiare a piedi nudi nel parco. Ad un anno, tre mesi e due giorni da quella notte romantica cos'era rimasto di tutta quella magia? A parlare con Sergio del loro futuro spesso finivano per alzare i toni: Beatrice pensava che sarebbe stato ragionevole cominciare una convivenza ma lui non ne voleva sentir parlare. Sergio, laureato in astrofisica, continuava a partecipare a concorsi su concorsi che non lo portavano a nulla di concreto e Beatrice non capiva se la sua titubanza fosse dovuta alla precarietà della sua posizione o se ci fosse dell'altro. Dubbi e confusione le affollavano la mente: quanto era importante Sergio per lei? E lei per Sergio? Quale sarebbe stato il futuro del loro rapporto? In preda all'incertezza si era ritrovata a fare una cosa che mai avrebbe immaginato: confidarsi via web con uno sconosciuto. Beatrice frequentava una sorta di gruppo di lettura online, un vivace blog dove si commentavano le proprie letture nell'anonimato garantito da fantasiosi nickname. In una discussione sull'ultimo libro di Elena Ferrante ad attrarre la sua attenzione era stato un utente che si firmava "Mr Darcy". Per Beatrice, che per nickname si era scelta "Lizzy Bennet" - dalla protagonista di "Orgoglio e pregiudizio", trovare qualcuno che per se aveva adottato quello dell'eroe maschile dello stesso romanzo era sembrata più di una simpatica coincidenza. Ben presto avevano finito per messaggiare tra loro di libri e non solo, spesso con punti di vista assai diversi. Mr Darcy, proprio come il personaggio del romanzo di Jane Austen, l'aveva affascinata per la sua complessità: a volte era glaciale, quasi rude nelle risposte, ma subito dopo sapeva sorprenderla con il pensiero più tenero e intimo. Capitava che si lasciassero prendere da una discussione dando vita a vivaci schermaglie digitali che poco avevano da invidiare agli indimenticabili battibecchi tra i due protagonisti del romanzo. Se con Sergio ormai aveva timore di parlare di qualunque cosa che non fossero le banalità quotidiane, dialogare di tutto con Mr Darcy la faceva stare bene. Conversando online avevano scoperto di essere quasi concittadini e così Beatrice, spinta dalla necessità di capire e di chiarire a se stessa quali fossero i suoi sentimenti, dopo una comprensibile reticenza aveva finito per accettare l'invito ad incontrarsi di Mr Darcy e l'appuntamento era proprio per quella sera, dopo il lavoro.
Per sua fortuna non c'era stato il fatidico cliente dell'ultimo minuto ed era riuscita a fare la chiusura a tempo di record. Una volta abbassata la saracinesca con passo svelto si incamminò sotto i portici alla volta della piazza.

Era una fissa di Carlo quella di arrivare agli appuntamenti con largo anticipo. Gli piaceva stare in attesa a una certa distanza dal luogo convenuto, quanto bastava per non essere visto ma non troppo, per poter osservare. C'era parecchio via vai a quell'ora, la movida stava per scatenarsi e la cosa lo avrebbe aiutato a non farsi notare, nessuno avrebbe fatto caso a un signore di una certa età che se ne stava in disparte, mimetizzato in un anonimo loden blu. Carlo scrutava tutta quella gioventù con tanta invidia ed altrettanta perplessità.

Più si avvicinava alla piazza più in Beatrice cresceva l'ansia: "ma cosa sto facendo? E se fosse un malintenzionato? Stando dietro a una tastiera uno può farti credere quello che vuole, ma chi sarà davvero questo Mr Darcy?".

Carlo osservava un ragazzo che reggendo una flûte di prosecco faceva da sostegno ad una delle colonne dei portici e sembrava sforzarsi nell'esibire un'ingiustificata euforia. Quanti gli stavano intorno non sembravano particolarmente coinvolti, i più avevano la testa china, il volto illuminato dal display del telefonino. Nulla che non vedesse ogni giorno anche fuori dalle sue vetrine, un mondo a cui anagraficamente non apparteneva più da un pezzo e pur sforzandosi non riusciva a comprendere. Ad interrompere i suoi pensieri ecco arrivare colei che stava aspettando: quella chioma bionda che ben conosceva avendola davanti agli occhi tutti i giorni per lui era inconfondibile.

Beatrice rallentò il passo, non era convinta che incontrare uno sconosciuto fosse la cosa giusta da fare ma chissà, magari lasciarsi condurre dagli eventi le avrebbe portato bene come quella notte nel parco. Arrivata alla fine dei portici Beatrice si fermò, il locale dove aveva appuntamento era giusto dall'altra parte della piazza, aveva qualche minuto di ritardo e di sicuro il tipo la stava già aspettando.

Era proprio bella la sua ragazza! Carlo la osservava indugiare nell'attesa: quanti le sfilavano accanto le sorridevano, la sua era una presenza che non passava inosservata e la cosa lo compiaceva. La vide sistemarsi i capelli spostando una ciocca dietro all'orecchio, un gesto che faceva sempre quando cominciava ad innervosirsi e nel farlo scoprì il collo e parte della nuca, una promessa di intimità che lo convinse a rompere gli indugi. Si avvicinò con cautela e le arrivò alle spalle:
«Buonasera signorina!, stava aspettando qualcuno?». Con un gran sorriso le porse una rosa rossa che fino a quel momento aveva tenuto nascosta dietro la schiena. Per un istante che parve interminabile la guardò negli occhi, poi con un gesto delicato le sistemò i capelli dietro l'orecchio avvicinando il suo viso, ma nel timore di rompere l'incantesimo di quel momento si trattenne dal baciarla. Fu lei ad alzarsi sulle punte dei piedi e a cercare le sue labbra: in quel momento Carlo ebbe la certezza che avrebbe voluto vivere con lei altri cent'anni. Indifferenti a quanti stavano loro intorno si abbracciarono e poi tornarono a baciarsi. Si guardarono negli occhi con complicità e dopo un attimo entrambi scoppiarono a ridere e felici si incamminarono sotto i portici, mano nella mano come due fidanzatini. Fu lei la prima a dire qualcosa:
«Ma quella non è Bea, la tua commessa?»
«Ma si che è proprio lei!» rispose Carlo «per fare in tempo a fare un salto dal fiorista stasera l'ho abbandonata lasciandola sola a chiudere il negozio», le rispose andando verso Beatrice.
«Ciao Bea, scusami se ti ho abbandonata in negozio ma avevo appuntamento con questa bella signora!»
«Buonasera Carlo, buonasera signora Lorenzini... ma no, nessun problema, si figuri» rispose Beatrice, che mai si sarebbe aspettata di incontrare il suo capo.
«Sono passata per vedere se c'era qualche amico in giro», una spiegazione non richiesta dovuta all'imbarazzo di trovarsi in quel posto, come se Carlo e sua moglie potessero sapere il vero motivo per cui si trovava lì.
«Noi invece ce ne andiamo a cena, una cosa romantica!» disse Carlo ammiccando alla rosa tenuta in mano da sua moglie, che sorrise compiaciuta:
«Oggi sono esattamente trent'anni che sopporto quest'uomo!»
«Trent'anni? Accipicchia! Tanti auguri allora!»

Carlo si allontanò tenendo sottobraccio sua moglie. Senza indugiare oltre Beatrice tornò sui suoi passi allontanandosi dalla piazza in tutta fretta, l'ultima cosa che voleva era farsi trovare da Mr Darcy o come cavolo si chiamava veramente. Non poteva credere di essere stata ad un passo da incontrarsi con un perfetto sconosciuto. Si volse nella direzione verso cui il suo capo e la moglie si erano allontanati e li cercò con lo sguardo. Nella calca del sabato sera faticò ad individuarli ma poi eccoli!, sembravano due ragazzini da tanto era palese il loro amore. Il telefono prese a vibrarle in tasca segnalando l'arrivo di un messaggio. Beatrice guardò il display con la paura di vederci scritto Mr Darcy ma non era lui a cercarla. Era Sergio. Beatrice sorrise e alzò lo sguardo verso il cielo. La luce dei lampioni impediva di vedere le stelle ma Sergio le aveva spiegato che nonostante si riesca ad osservarle al meglio nelle limpide notti d'estate le Perseidi in realtà cadono verso la Terra ininterrottamente, senza soluzione di continuità. Presto ogni cosa sarebbe andata al posto giusto.

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A Varese la Libreria del Corso non c'è più, o meglio, c'è ancora ma non è più dov'era prima e non si chiama più così. Oggi si chiama libreria UBIK, e come tutte le librerie resta un luogo magico dalle mille suggestioni anche perché nello specifico dietro al banco e tra gli scaffali a darle un'anima ci sono sempre le stesse persone. Certo, la vecchia denominazione aveva tutto un altro appeal, il nuovo nome sembra quello di un comodino dell'Ikea e anche il candido arredamento odierno ricorda un po' l'austero stile di un negozio svedese. Sarà che nel vecchio negozio a dominare erano toni più caldi che davano all'ambiente un certo charme, o forse chissà, c'era davvero un pizzico di magia in più, no so spiegarlo. Fatto sta che in un pomeriggio d'autunno di un paio di anni fa mentre ero spettatore alla presentazione di un libro mi venne l'idea per questo racconto, che nello scorso mese di agosto ha avuto l'onore di trovare spazio su La Prealpina che gli ha dedicato una pagina tutta intera.



"L'appuntamento" è un racconto breve a cui tengo molto in quanto ispirato da Varese, la mia città, dalle sue strade e dalle persone che incontro. Una storia ambientata in una fredda sera di novembre dove però si rivive la magia della notte di San Lorenzo. E poi ci sono i libri: c'è Jane Austen con il suo Orgoglio e Pregiudizio, nomino Elena Ferrante e faccio un piccolo omaggio a Neil Simon. Ci ho messo addirittura una citazione shakesperiana e per chi coglie l'indizio c'è anche qualcosa di Pinocchio... pagine famose a fare da contorno a questo mio piccolo thriller di provincia che è anche una storia d'amore, anzi due.


lunedì 13 agosto 2018

L'appuntamento... è in edicola!

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Veder pubblicato un proprio racconto è sempre motivo di grande soddisfazione, se poi a pubblicarlo è un quotidiano come La Prealpina che di norma non pubblica tanti racconti e che arriva a dedicarti una pagina tutta intera la soddisfazione è massima.

"L'appuntamento" è un mio racconto breve a cui tengo molto in quanto ispirato da Varese, la mia città, dalle sue strade e dalle persone che incontro. Una storia ambientata in una fredda sera di novembre dove però si rivive la magia della notte di San Lorenzo. E poi ci sono i libri: ci ho messo un po' di Jane Austen con il suo "Orgoglio e Pregiudizio", nomino Elena Ferrante, c'é un omaggio a Neil Simon e una citazione shakesperiana e per chi coglie l'indizio c'è anche qualcosa di Pinocchio... a far da contorno a questo mio piccolo thriller di provincia che è anche una storia d'amore.

Ringrazio davvero "La Prealpina" nella persona del suo direttore Maurizio Lucchi per l'attenzione nei miei confronti.



lunedì 4 dicembre 2017

La figlia del partigiano O'Connor

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 Questa non è una recensione perché di un libro, dopo averlo letto, non mi sento titolato ad esprimere un giudizio che vada oltre il fatto che mi sia piaciuto oppure no. Questo di Michele Marziani è un libro che mi è piaciuto.
La scrittura è minuziosa e mi sono sentito a mio agio fin dalle prime pagine. Ben presto da lettore mi sono trovato ad essere spettatore di un film, un bel film, di quelli dove la fotografia è particolarmente curata e ci si cala in modo naturale nelle atmosfere dei luoghi in cui si dipana la trama, dal paesino nelle valli ossolane all'isola di Ventotene, dalla Rambla di Barcellona ai panorami irlandesi dei laghi e delle torbiere del Connemara.
Per ogni personaggio mi sono trovato ad immaginare chi potessero essere gli attori più adatti ad interpretarne la parte. Alla fine della mia lettura ne è risultato un cast di prim'ordine.
Per il ruolo di Pablita, la protagonista di questa storia, la bravissima Julianne Moore. Per il ruolo di Martin ho pensato ad un ispirato Tommy Lee Jones, mentre per la parte di Malachy O'Connor, giovane partigiano, il risoluto ed energico Matt Damon. Nel ruolo di Elizabeth, la proprietaria del B&B, chi meglio di Kathy Bates? Il ruolo di uno stralunato ed alcolico FDH sembra tagliato su misura per Bill Murray. C'è anche spazio per un cameo nostrano, con Giancarlo Giannini, nel ruolo del fascinoso Manuel.
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martedì 31 ottobre 2017

IL RIFUGIO

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un raccontino da paura - tempo di lettura 3 minuti


IL RIFUGIO

     «Fortuna che siamo arrivati!» disse il ragazzo, «non mi piace viaggiare col buio quando non conosco le strade.»
Il vecchio coi baffi gli sorrise. Erano arrivati in una zona industriale di periferia a una mezz'ora scarsa dal centro di Firenze e si erano fermati davanti al portone di un vecchio capannone un po' discosto, un'officina che da solo non avrebbe mai trovato. A fargli strada fino a lì era stato il baffuto gestore di una birreria situata dalle parti dello stadio. Il ragazzo era in viaggio da qualche settimana e arrivando in città la sua Vespa aveva cominciato a dargli problemi, come se il motore perdesse colpi. In ostello aveva chiesto un consiglio per sapere dove rivolgersi e gli era stato suggerito di andare al pub di Baffone, punto di ritrovo dei vespisti fiorentini. Gli dissero che era il posto giusto per trovare un buon meccanico e schiumarsi una Guinness spillata ad arte. L'anziano gestore si era rivelato una persona davvero cordiale, gli raccontò delle girate in Vespa con i suoi compari, storie assurde, ed ascoltarlo era un vero spasso. Una pinta dopo l'altra si era fatto tardi. Il baffuto gli disse di non preoccuparsi, che per una sistemata alla sua Vespa la cosa migliore era andare alla rimessa di un suo amico che stava poco fuori città.
«Per la tu Vespa s'ha d'andà al rifugio!»
Gli disse che in quel posto non c'erano orari, a qualunque ora ci trovavi qualche amico a fargli compagnia e di tanto in tanto capitava di fare nottata riparando vecchi scooter, perché al rifugio ogni occasione era buona per stare in compagnia a trafficare su qualche Vespa, con qualcosa di sfizioso da mettere sotto i denti innaffiato da un bicchiere di buon rosso toscano.
«L'è 'npò tardino, meglio se fò 'na telefonata, hosì s'avvisa che stasera si spadella! Poi qua si chiude bottega e ti ci meno!»
La porta della rimessa si aprì. Ad accoglierli si fece avanti un omino tondo di bassa statura, dallo sguardo vispo e dalla pancia prominente. Indossava una tuta da meccanico ma in mano reggeva una grande padella in ghisa. Con un sorriso li invitò ad entrare.
«Bravi! Avete fatto'n fretta! Noialtri s'aveva fame e vi s'aspettava per spadellare!»
In un angolo dell'officina altri amici stavano attorno ad una vecchia Vespa issata su un tavolaccio, e al loro ingresso si girarono per salutarli alzando i bicchieri al loro indirizzo.
«Siete davvero gentili» disse il giovane «non volevo disturbare...»
«Disturbo icché?!» disse sorridendo il baffuto che l'aveva condotto fino a lì.
Il ragazzo ricambiò con il più cordiale dei sorrisi e non si avvide dell'omino tondo che gli si era messo alle spalle. Non si accorse di nulla nemmeno quando l'omino gli calò con forza la pesante padella di ghisa sulla nuca.
«Noi ci piace assai spadellare chi passa di qua!» disse il baffuto guardando il ragazzo ormai accasciato ai suoi piedi.
«Vero!» confermò uno dei compari avvicinandosi al ragazzo mentre si allacciava in vita un lurido grembiule da macellaio.

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Quanto narrato in questo racconto è opera di fantasia. Ogni riferimento a cose, persone, luoghi o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Se nonostante tutto ci fosse qualcuno che dovesse riconoscersi nelle situazioni sopra descritte... non se ne abbia a male!

Prima stesura: novembre 2013 - versione finale ottobre 2017

mercoledì 16 agosto 2017

In viaggio contromano

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Avete presente quei libri che quando iniziate a leggerli, quasi senza accorgervi arrivate a pagina 50 di 280 ed allora cominciate a pensare: "cazzo, sta già per finire...".

Ecco, IN VIAGGIO CONTROMANO è uno di quelli.


giovedì 3 agosto 2017

SP233

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SP233 - Notte d'agosto in Vespa

Godo del sottile perverso piacere di questa vendetta postuma, consumata in piena notte.  So che è impossibile ma ho la netta sensazione di percepire lo stillicidio di microscopici schianti delle zanzare che vanno a spiaccicarsi sul fanale della mia Vespa mentre torno verso Varese. Dopo i trenta appiccicosi gradi della serata milanese la frescura del sudore che mi si asciuga addosso è una benedizione. Più che una vendetta la mia è una rappresaglia, non faccio prigionieri, per ogni bastardissima zanzara che mi ha punto mentre tiravo tardi con gli amici accanto al funtanun di Piazza Castello ne avrò già schiantate dieci volte tante. Senza rallentare attraverso un incrocio passando sotto ad un semaforo che lampeggia giallo nella notte, uno dei pochi sopravvissuti all'isterico sbocciare di rotonde che ha flagellato le strade di tutta la provincia, e questa SP numero 233 non fa eccezione. Una puttana di colore fasciata in uno striminzito abitino rosa fucsia mi appare come un miraggio notturno nel cono di luce di un lampione isolato. Ha dei capelli impossibili, stirati e colorati da bionda svedese. Fingo indifferenza e rallento sornione per godermi lo spettacolo di quel gran paio di tette enormi strizzate dal vestito, ma la mia falsa discrezione è nulla al confronto dell'esperienza della vita di strada. Avanza di un passo, mi sorride con lascivia, si porta due dita alle labbra e strizzando l'occhio mi soffia un bacio. Con l'altra mano con un gesto veloce alza il bordo della sottana e protende il bacino, ed ecco magicamente  materializzarsi tra le sue gambe una lunga appendice d'ebano! Fatico a distogliere lo sguardo dal basso ventre di quell'essere assurdo e mentre mi allontano sono inseguito da una risata sguaiata che sfocia in parole incomprensibili. Accelero e ben  presto torno ad essere inghiottito da quella che ora apprezzo come una rassicurante oscurità, rischiarata solo in parte dalla luce incerta del fanale della Vespa.

É notte fonda. Tra poche ore dovrò andare a lavorare ma con questo caldo la voglia di andare a letto a rigirarmi sudato tra le lenzuola è ai minimi termini, così mi attardo in cucina. La finestra è spalancata e non gira un filo d'aria. Tutto tace, il silenzio è scandito in sottofondo dal tic tac della vecchia sveglia che sta sulla credenza. Apro le ante dei pensili alla ricerca di chissà che, come se non sapessi a memoria quel che contengono. Vedo il tubo delle Pringles: possibile che ne siano avanzate dall'altra sera? Siii! È pieno per metà! Me ne infilo in bocca a tre alla volta, di una patatina fritta hanno giusto la forma e di cosa siano fatte forse è meglio non saperlo, ma le adoro! Apro il frigo e mi verso un bicchiere di latte. Il gusto dolciastro del latte freddo sulla lingua salata dalle Pringles mi fa impazzire. Chiudo il frigo. La cucina torna ad assopirsi nella sua quieta penombra. Infilo in bocca altre tre Pringles e butto giù un altro sorso di latte freddo. Un auto sfreccia nella notte. Non gira un filo d'aria. Consumo il mio spuntino notturno affacciato alla finestra, sperando di scorgere un movimento nelle fronde degli alberi del viale, qualcosa che faccia sperare in una bava di vento caldo che almeno smuova l’aria. Niente, soltanto il convulso svolazzare di ottuse falene ipnotizzate dall'alone di luce del lampione.

Non sono più l'unico essere a vagare di notte sulle strade deserte di questo pianeta rovente. Dritto in fondo davanti a me vedo le luci rosse di veicoli fermi a lato strada. Passo accanto a due auto in sosta, c'è gente che chiacchiera. Da una strada laterale vedo avvicinarsi la luce di una fanale: è una moto che approssimandosi all'incrocio fa un lampo col fanale e rallenta. La precedenza è mia. Prima di passare oltre vedo che si tratta di un'altra Vespa. Nello specchietto la vedo svoltare e prendere la mia stessa direzione. Rallento di poco e mi sposto a destra, l'altro capisce l'invito e si affianca. Ci guardiamo e ci scambiamo un sorriso d'intesa. Il tipo è un po' più giovane di me, porta lunghe basette e un pizzetto incolto che gli dà un'aria fricchettona. In testa indossa un casco a scodella di un colore scuro che non riesco a distinguere, con disegnate delle margherite bianche stilizzate. Da sotto al caschetto spuntano capelli lunghi e mossi. Il volto è pallido, sinistramente rischiarato dalla luce del contachilometri che lo illumina dal basso. Ha uno zainetto sulle spalle e veste un’ampia maglietta, jeans e sandali ai piedi. Ho il tempo di notare tutti questi particolari perché il tipo continua a viaggiarmi a fianco, alla mia stessa velocità. Mi osserva insistente e quasi non guarda la strada. Ha un'espressione che non saprei definire. Rallento per farmi sorpassare ma rallenta anche lui. E questo mo' che cazzo vuole? Accelero un po' per vedere cosa fa... accelera anche lui. Ce l'ho sempre lì, affiancato, che mi fissa senza guardare la strada. Non so cosa pensare, la situazione è strana, così accelero allungando di qualche metro. Si vede che l'ho colto alla sprovvista perché rimane indietro. Imposto l'entrata in una rotonda e nello specchietto vedo il suo fanale avvicinarsi, così in uscita scalo una marcia e apro il gas con decisione. Nello specchietto vedo solo la luce del suo abbagliante che ne riempie la visuale... ormai è gara! Apro tutto il gas e lo stacco di qualche metro.

Pringles finite. Mi sciacquo la bocca con l'ultimo sorso di latte e ripenso al tizio in Vespa incontrato mentre tornavo a casa. Dove si sarà infilato per sparire a quel modo? Credo che la mancanza di sonno sia dovuta alle tracce di adrenalina rimaste nelle mie vene dopo l’esaltante e folle corsa notturna.

La strada è tutta nostra. Mi abbasso di poco e chiudo i gomiti alla ricerca della migliore impostazione di guida. Altra rotonda, piego a destra, curvone a sinistra e di nuovo piega a destra per riprendere la strada. Ci muoviamo all’unisono viaggiando a trenino, praticamente alla medesima velocità. Non so lui ma io sono a chiodo, con il gas aperto a fondo corsa. C'è un lungo tratto rettilineo e ce l’ho sempre dietro, in scia, si fa sempre più vicino, poi il bastardo allarga a destra e mi sorpassa dall'interno. Bastardo proprio! Poco più avanti l'ennesima rotonda lo costringe a rallentare per impostare la traiettoria. Ti piace il gioco sporco? A parte noi due la strada è deserta e così alla rotonda, anziché girarci attorno sulla destra la prendo contromano da sinistra. Con questa mossa gli passo davanti e sono già lanciato quando lui ne sta ancora uscendo.

Non è che ho fame, è che non sono ancora soddisfatto. Passo nuovamente in rassegna il contenuto dei pensili per vedere se si materializza qualcos'altro. Nutella! Prendo un coltello e ne rigiro la lama nella crema, quando ne ho raccolta abbastanza la infilo in bocca e la ritiro tra le labbra strette, poi la guardo compiaciuto perfettamente ripulita. Apro sul tavolo il giornale di domenica, rimasto in giro nonostante manchi poco a veder spuntare l’alba di mercoledì. Nel silenzio di questa notte torrida il rumore delle pagine girate è un frastuono.

Mi appiattisco più che posso incurante del rischio, sono esaltato da questa corsa fuorilegge. Non so per lui ma per me la gara sta per finire. Poco più avanti svolterò a sinistra lasciando la provinciale: il mio traguardo lo stabilisco a quell’ultimo semaforo lampeggiante. Viaggio a cannone nel mezzo della strada con le ruote sulla linea bianca di mezzeria. Anche lui deve aver capito che siamo al rush finale e mi sta' dietro in scia, a pochi centimetri, ed apre a sinistra e a destra senza decidersi a superarmi. Abbasso la testa, non guardo neanche più la strada, deserta e diritta davanti a me. Sbircio lo specchietto e lo vedo provarci da sinistra. Non posso fare nient'altro che spalancare il gas con il timore di vederlo affiancarsi e così non mollo di un millimetro... sfreccio sotto al semaforo, ce l’ho fatta! Non mi ha passato!
Chiudo il gas e rallento decisamente per farlo avvicinare. Butto un occhio allo specchietto ma non lo vedo. Mi giro a guardare ma non c’è nessuno, la strada dietro di me è deserta e l’unico segno di vita è il semaforo del nostro traguardo, ormai lontano, che lampeggia imperterrito nella notte. Un istante fa sentivo chiaramente il rumore del suo due tempi che mi ruggiva dietro al coppino e adesso non c'è più nessuno. È sparito. Si sarà infilato da qualche parte, tra qualche casa. Peccato, dopo quella galoppata sarebbe stato bello almeno scambiarsi due parole. Con un'andatura decisamente più tranquilla percorro solitario gli ultimi chilometri fino a casa.

Sfoglio distrattamente le pagine del quotidiano, leggo i titoli, vedo se c'è qualche articolo che ancora non ho letto. "Oggi i funerali del giovane centauro di Tradate...". Mi sento una merda a pensare che poco fa ho messo a rischio inutilmente e stupidamente la mia vita proprio da quelle parti. L'articolo parla di un ragazzo di ventitré anni, investito da un furgone che lo ha ucciso mentre viaggiava, ironia della sorte, proprio in sella a una Vespa. C'è una foto della scena dell’incidente... e non riesco a leggere nient’altro. C'è una Vespa rovesciata sull'asfalto, ed accanto c'è un caschetto a scodella di colore scuro decorato con delle margherite chiare. In un riquadro la foto della vittima: una faccia sorridente e spensierata, capelli mossi, basette lunghe e pizzetto che danno a quel volto un'aria fricchettona.


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Nel 2015 questo racconto è stato pubblicato dal quotidiano La Provincia di Varese, accompagnato dalle belle illustrazioni realizzate da due studenti del Liceo Artistico cittadino.


mercoledì 19 luglio 2017

Le rose di Salvo

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Il messo doveva averlo sentito arrivare quando era ancora in via Tabacchi tale era il rombo del motore della sua Vespa lanciata a folle velocità. Salvo sfrecciò davanti a Villa Bianchi incurante di quell'uomo in divisa che si era improvvisato vigile e si sbracciava cercando di imporre prudenza. Salvo lo ignorò e senza rallentare una volta giunto davanti alla chiesa sterzò bruscamente e andò ad infilarsi di slancio su per la via Comi ed arrampicarsi su per la salita, col motore che urlava amplificato dai muri di quella strettoia che portava alle ultime case del paese. Arrivato in cima alla via senza nemmeno scendere dalla Vespa cominciò a gridare:
«Mattina! Mattinaaa!!!»
«Ma chi è? Cosa vuole?» rispose la Teresa dal poggiolo al primo piano.
«Sugnu Salvo, u maritu 'i Concetta... unni è Mattina?»
Salvatore Faraci era arrivato in Valceresio dalla Sicilia poco dopo la fine della guerra, quando la Sicilia, come il resto d'Italia, ancora si leccava le ferite lasciate dal conflitto. Aveva sposato Concetta che era poco più di una bambina, dopo la classica fuitina mal digerita dalle rispettive famiglie. Per il quieto vivere i novelli sposi avevano così deciso di salire al nord in cerca di tranquillità e di lavoro.
«Mattina! Mattinaaa!!!»
«Vusa no! La Martina non c'è! É scesa dal dottor Fontana a prender delle cose... »
Martina con la sua chioma di ricci sempre fulvi a dispetto dell'età era conosciuta e rispettata da tutti in paese. Energica e instancabile aveva cresciuto tre figli di cui due già sistemati, ma in un certo senso erano un po' figli suoi tutti i bambini nati nei dintorni negli ultimi vent'anni, tutti bimbi accompagnati alla vita dalle sue mani esperte di levatrice.
«Miii! ...dal dottore Fontana andò?»
«Si, è andata in farmacia e...»
Teresa non aveva ancora finito di parlare che Salvo spalancò il gas e per fiondarsi giù da dove era arrivato alla volta della farmacia. Conosceva bene il dottor Fontana perché si occupava del suo giardino, così come di tanti altri giardini delle belle ville del paese. Salvo era un bravo giardiniere, mestiere che in famiglia si tramandavano da generazioni, ed infatti non aveva faticato a trovare un'occupazione. I primi tempi aveva lavorato sotto padrone nelle serre del Castello di Frascarolo per poi mettersi per conto suo. Ben presto il passaparola aveva vinto la diffidenza verso "il terùn" che sapeva dare nuova vita anche ai rosai più trascurati. Le signore facevano a gara per contendersi i suoi servigi, in particolare alla fine di maggio, quando proprio le rose erano protagoniste di una festa che dava lustro al paese in tutta la valle.
Salvo arrivò alla farmacia proprio nel momento in cui Martina era sull'uscio.
«Mattina, menomale ca ti truvai! Presto, monta! Concettina mia ruppi le acque!»
«Salvo! Ma come, di già? Mancano ancora diversi giorni...»
«Monta ti dissi! Presto, presto!»
In effetti non c'era tempo da perdere: per Concetta, nonostante la giovane età, questa sarebbe stata la quarta volta che metteva al mondo una creatura. Era arrivata in Valceresio con in grembo Gigliola, la primogenita. Margherita arrivò inattesa poco più di un anno dopo: Concetta imparò a sue spese a non fidarsi di chi le assicurava che era impossibile restare gravide durante l'allattamento. Papà Salvo era felice, le bimbe avevano portato una ventata di gioia in famiglia e il lavoro per mantenere tutti non gli mancava. Lo angustiava però non essere ancora riuscito a regalare a suo padre, nonno Rosario, un nipotino maschio che avrebbe portato il suo nome e tramandato il cognome dei Faraci. Salvo era certo che la nascita di un bel maschietto avrebbe definitivamente cancellato il  rancore della famiglia per la sua fuitina. Fu così che Concetta si trovò presto di nuovo in dolce attesa. Il destino però seppe essere tanto generoso quanto beffardo. Al posto dell'agognato erede maschio in un colpo solo arrivarono Gemma e Flora. La preoccupazione per queste due nuove bocche da sfamare lasciò ben presto spazio alla gioia per questi due germogli sbocciati in famiglia. Restavano purtroppo insoddisfatte le aspettative ereditarie di nonno Rosario e Concetta non volle più nemmeno discutere la questione. Salvo però quando ci si metteva sapeva essere convincente. Il suo cuore gli diceva che la prossima volta, questa volta!, sarebbe stata quella buona.
«Mattina! Monta in sella!»
«Ma ti te se' mat! Figurati se salgo con te su quell'affare!»
Il dottor Fontana, ben conscio dell'urgenza, senza indugiare prese in mano la situazione:
«Signora Martina, venga, la porto io con l'automobile... lei Salvo faccia strada che la seguo!»
L'improvvisato corteo, la Vespa in testa seguita dalla Topolino del dottor Fontana, si mise in strada di gran carriera. Sfilarono veloci sotto il naso del messo che prese di nuovo a sbracciarsi, ignorato come fosse trasparente.
Salvo e Concetta abitavano in due stanze col gabinetto in corte in un casolare ai margini del bosco, lungo la strada che porta a Montallegro. Martina entrò in casa ma Salvo e il dottore rimasero fuori: quelle erano cose di donne. Nemmeno il tempo di una sigaretta ed ecco squillare, limpido e cristallino, un vagito. Salvo non stava nella più pelle! Di slancio abbracciò il dottor Fontana, visibilmente imbarazzato da tanta confidenza. Martina li invitò ad entrare. Concetta era distesa nel letto, sudata in fronte ed ancora scossa dalla fatica. Guardò il suo Salvo e con dolcezza, con un filo di voce, disse al suo uomo:
«Nonnu Rosario fusse cuntentu si a picciridda a chiamammu Rosa? A mia Rosaria ummi piaci... Salvo mio, ora basta però! »

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AVVERTENZA! Qualsiasi somiglianza tra l'immagine che accompagna il racconto e le copertine dei libri pubblicati da una nota casa editrice palermitana è puramente casuale (credici!).

La cosa che mi piace di più dei premi letterali è vincerli, quella che mi piace meno è vedere quelle pagine scritte con tanta passione sparire troppo in fretta, inghiottite dai meandri del Web. Questo mio racconto breve - per l'occasione rivisto e corretto per la pubblicazione su Facebook - con titolo "La rosa di Salvo" nel 2013 vinse il concorso indetto per celebrare i 100 anni della Festa della Rosa del mio paese, Induno Olona.